L'Arte nel Medioevo
L'Architettura Romanica

 

L'Architettura Tardoromanica

 

 

Ed eccoci all'ultima tappa del nostro breve viaggio nell'Architettura Romanica, quindi visiteremo insieme alcuni esempi di cattedrali e basiliche appartenenti al XII e XIII Secolo, dove già si possono intravedere, solamente abbozzati, alcuni elementi del Gotico.

Inizieremo quest'ultima tappa dalla:

 

Cattedrale di Troia (FG)

Visita all'esterno

In Puglia, in un ameno paese della Provincia di Foggia, distante ventiquattro Km dal capoluogo, vi è uno dei più bei monumenti dell'Arte Tardoromanica d'Italia.

La Cattedrale di Troia fu fondata nel 1093 e terminata nel 1120. Sorge nello stesso luogo della più antica S. Maria degli Angeli e molto probabilmente ne è un ampliamento; oggi è sede parrocchiale di S. Maria Assunta in Cielo. Nella Cattedrale possiamo ammirare un affresco del XV secolo dedicato alla "Dormitio Virginis Mariae" e la cappella destra del transetto è dedicata all'Assunta: sull'altare si conserva una statua attribuita allo scultore Giacomo Colombo risalente agli anni 1715-1747.

Fin dalla sua consacrazione del 1120 fu dedicata "a Dio e alla Beata Maria", come recita l'epigrafe posta all'esterno della Cattedrale, nella parete nord della Cappella dei Santi Patroni.

In essa si legge:

FELIX ANTISTES DOM(I)NUS GUILLELMUS SECUNDUS FECIT HANC AEDE(M) D(E)O

AC BEATAE MARIAE VOBISQ(UE) FIDELIBUS FELICES TROIANI

La traduzione letterale è la seguente:

Felice Vescovo il Signor Guglielmo II costruì questa casa al Signore, alla Beata Maria e a Voi fedeli felici Troiani. E' un'epigrafe ecclesiologica!

Il termine "tempio" è inadeguato, inesatto, per indicare la Casa di Dio. Inoltre, correttamente, il Vescovo Guglielmo scrive Casa "a" Dio e non "di" Dio, perché Dio è in ogni luogo e non possiamo segregarlo in un edificio sacro, come credevano di fare i pagani ponendo una statua gigantesca della divinità nel tempio a lui dedicato.

Gesù disse alla Samaritana:

"Templi non ce ne saranno più; voi mi adorerete in ogni luogo" (Gv. 4,21 e segg.)

La parola tempio viene dal greco témnein e significa ritaglio, quindi è uno spazio ritagliato e messo a parte come sacro; la Chiesa, viceversa, non è ritagliata nello spazio. Lo spazio è tutto uguale dopo la Resurrezione di Gesù; come dice S. Paolo: "Il tempio di Dio siete voi, tempio dello Spirito Santo." (Ef 2,22)

Il termine "basilica" significa riunione, ed era un appellativo di privilegio per alcune chiese; oggi possiamo affermare che sono tutte basiliche, ovunque si riuniscano i fedeli a pregare.

Si definisce "cattedrale" solo la chiesa presieduta dal Vescovo, che vi ha la cattedra.

Le porte

Le chiese come questa hanno tre porte: o tutte e tre sulla facciata, oppure una sulla facciata e due laterali.

Le tre porte hanno funzioni distinte: dalla porta centrale si entra solo in processione, solennemente; mentre dalle porte laterali si entra normalmente.

Così, mentre le navate laterali sono luogo di sfogo, di passaggio, durante le funzioni si sta solo nella navata centrale.

La processione d'ingresso è prerogativa dei soli celebranti, ad eccezione della domenica delle Palme e della notte di Pasqua, quando vi partecipa anche l'assemblea dei fedeli.

Il celebrante che entra dalla porta centrale e va verso l'abside simboleggia il Verbo di Dio che viene in questo mondo, che viene tra noi. La porta centrale è Cristo stesso. Nella parabola del Buon Pastore Gesù disse:

"Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo." (Gv 10,9)

Mai nessuno si era detto porta, solo Cristo.

Dopo quanto su esposto, si capisce la grande importanza che riveste la solenne apertura della porta centrale in occasione del Giubileo.

La porta maggiore

La porta centrale ha gli stipiti lisci, due capitelli e un architrave riccamente istoriati, una lunetta vuota.

L'architrave è un monito alla conversione: al centro Gesù benedicente assiso al trono, ai suoi lati Maria, Pietro, i quattro evangelisti, due santi patroni (Eleuterio e Secondino).

In queste rappresentazioni di solito accanto a Gesù c'è San Giovanni Battista, sostituito qui da San Pietro, che riceve le chiavi del Paradiso.

Quattro cerchi racchiudono in ordine i seguenti simboli: Uomo alato, Leone, Toro, Aquila, che il profeta Ezechiele vide come tetramorfo (Ez.1,4-28); qui sono rappresentati distinti, come li vide San Giovanni nell'Apocalisse (Ap.4,6-8).

La Tradizione cristiana ne ha fatto i simboli dei quattro evangelisti. San Girolamo, dottore della Chiesa, motiva così questa correlazione:

Uomo alato => Matteo, perché il suo Vangelo inizia con l'incarnazione di Cristo.

Leone => Marco, perché inizia il suo Vangelo con Giovanni Battista, "voce di colui che grida nel deserto".

Toro => Luca, perché inizia con il sacerdote Zaccaria che si prepara ad entrare nel tempio ad offrire l'incenso prima del sacrificio del mattino, e il toro è l'animale sacrificale per eccellenza.

Aquila => Giovanni, perché ci descrive il volo verso la luce, verso le sommità celesti. L'aquila era ritenuta capace di fissare il sole senza socchiudere gli occhi e di raggiungere regioni del cielo inaccessibili agli uomini.

Gli stessi simboli, se non hanno un libro in mano o fra le zampe, rappresentano i quattro Viventi dell'Apocalisse. I cerchi sono uniti a due a due da una rosetta ad otto petali (il numero otto, di ricca simbologia positiva, è legato principalmente alla Resurrezione).

Alla base dell'architrave, sulla porta centrale, si legge:

ISTIUS ECCLESIAE P(ER) PORTAM MATERIALIS INTROITUS NOBIS TRIBUATUR SPIRITUALIS

La cui traduzione letterale è:

"Attraverso la porta di questa chiesa l'ingresso materiale ci procuri quello spirituale"

Chi entra da lì, entra a Cristo, chi esce, esce in Cristo.

Sugli stipiti della porta centrale vi sono due capitelli molto ricchi di simbologia.

Il capitello sinistro ha un valore iniziatico, è la parte al negativo dell'iniziazione (vi sono scolpiti un caprone con le corna, una capra, un cane). La capra, essendo un ruminante, simboleggia il neofita, che ci pensa prima di abbracciare la religione. Il caprone ha la testa dura. Il cane rappresenta qui il cristiano che, dopo aver confessato i propri peccati, torna poi a compierli (Proverbi 26,11):

"Come il cane torna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze".

I tralci sono disordinati e senza frutti: sembra quasi che vogliano imprigionare e soffocare gli esseri viventi che abitano tra i suoi viticci. La figura mostruosa in alto è un'anima dannata.

Nel capitello destro l'iniziazione è stata raggiunta: c'è l'albero della vita, i germogli, un volto sereno che spunta da una fioritura che continua nell'archivolto al disopra della lunetta vuota. L'albero della vita ha la caratteristica forma a Y, e si trova al centro dell'Eden; fa da riscontro l'albero della conoscenza del Bene e del Male di biblica memoria (Genesi,2,9 e 3,22). I tralci portano dei frutti, che sono assenti sull'altro capitello. L'uomo è aggrappato alle volute d'angolo del capitello: le volute sono due spirali a nastro, formate da tre bandelle; inoltre sulla testa ha un fiore a quattro petali. Tutto questo indica chiaramente che siamo di fronte ad un Eletto. Infatti il lato destro è quello degli Eletti nel Giudizio finale, mentre i dannati andranno a sinistra (Mt.25,31-46). Questo riferimento vale anche per la diversità dei capitelli della navata.

La porta bronzea, fusa nel 1119, è formata da sette file di quattro pannelli tenuti insieme da fasce bullonate. In un insieme ricco ed armonico ci viene fornita una miriade di informazioni : i nomi e le immagini dello scultore, dell'architetto, del vescovo che volle più di tutti la costruzione della Cattedrale e della porta, dei Santi Protettori della Città. Il tutto è arricchito da ben otto protomi leonine che reggono i battenti, due draghi nella parte centrale di squisita fattura, ai loro lati due croci patenti impreziosite da tralci vegetali. Vediamo ora in dettaglio cosa ci racconta questa porta, con le sue epigrafi e le sue figure simboliche.

Nella fila superiore vi sono, nel primo pannello a sinistra, ODERISIUS e BERNARDUS: essi sono rispettivamente lo scultore della porta (Oderisio da Benevento, morto nel 1151) e l'architetto della Cattedrale. Ciò si evince dal fatto che Oderisio porge a Bernardo una squadra, simbolo dei maestri costruttori. Segue poi nel secondo pannello, in atteggiamento maestoso, Cristo assiso sull'iride (Ap. 4,2-3), in tre glorie tonde (mandorle) che stanno in un quadrato. Ciò significa restringere, fare la quadratura del cerchio: è Cristo che ritorna infinito nel finito, Dio che si fa uomo. Ha tra le mani il "Libro della Verità" aperto, e rivolge lo sguardo verso il vescovo Guglielmo. Ai lati della figura di Cristo si leggono a sinistra le lettere latine IC (Iesus Christus) e a destra le lettere greche Χς (abbreviazione di "Χςτσς" = Cristo): è un tipo di abbreviazione frequente nelle icone e nei mosaici orientali.

Nel terzo pannello il vescovo Guglielmo con la mano sinistra si toglie il cappello vescovile in segno di rispetto, mentre con la destra regge il pastorale. Ai lati vi sono due alberi che gettano linfa dai rami tagliati.

Nel quarto pannello due figure in agemina, con le seguenti iscrizioni ai lati: SCS PETRUS e SCS PAULUS (SCS sta per Sanctus) individuano gli apostoli Pietro e Paolo nell'atteggiamento di ricevere la dedicazione della Cattedrale. Infatti essa dipendeva strettamente da Roma, tanto che i vescovi di Troia venivano nominati direttamente dal Papa.

Un altro simbolo importante, ripetuto ben 48 volte, trovasi sulla porta bronzea: la melagrana. Esso è un singolo frutto che racchiude in sé tanti piccoli frutti vicini ma distinti gli uni dagli altri; rappresenta la Chiesa, che è una, ma racchiude in sé tutti i credenti, vicini e numerosi. In questa immagine sono evidenti le fasce ed i bulloni che tengono insieme le formelle: i recenti restauri della porta hanno permesso di notare che le formelle hanno tutte i bordi frastagliati, ad incastro, come un "puzzle". Oderisio voleva con ciò evitare che venissero montate in un ordine diverso da quello progettato.

Nella quarta fila, al centro, due stupendi draghi di bronzo, con la coda avvolta a spirale, pronti a balzare addosso a chi guarda, con la bocca aperta che mostra denti aguzzi, da cui pende un anello con sonagliera: i draghi sono i guardiani del tesoro, ed insieme simboli del male, quindi nemici da sconfiggere per conquistare il "tesoro nascosto". Sulla sonagliera è incisa una croce, per ribadire ancora una volta che ci troviamo di fronte ad un edificio cristiano.

Negli ultimi quattro pannelli in basso c'è una lunga iscrizione che data la porta e ci dà molte altre informazioni:

ANNO AB INCARNATIONE / D(OMI)NI NOSTRI JESU CHRISTI MIL(LE)SIMO / CENTESIMO NONO DECIMO / INDICTIONE DUODECIMA // ANNO PONTIFICAT(US) D(OMI)NI / KALISTI PAPAE SECUNDI P(RI)MO /ANNO DUCAT(US) W(ILLELMI) ROGERII / GLO(RIO)SI(SSIMI) DUCIS FILII NONO // WILLELMUS SECUNDUS / HUJ(US) TROIANAE SEDIS EP(ISCOPU)S / EP(ISCOP)AT(US) SUI ANNO XII HAS / PORTAS FIERI FECIT // DE PROPRIO ECCL(ES)IAE / ERARIO IPSAM QUOQ(UE) / FABRICA(M) A FUNDAMENTIS / FERE EREXIT. ET PROSPER EP(ISCOPU)S TROIAN(US) / ET P(AT)RIARCHA COSTANTINOP(OLIS) / HAS PORTAS PENE / COLLAPSAS INSTAURAVIT / MDLXXIII

Traduzione:

Nell'anno 1119 dall'incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, dodicesima indizione, nel primo anno di pontificato del (nostro) signor papa Callisto II, nel nono anno di ducato di Guglielmo, figlio del gloriosissimo duca Ruggero, Guglielmo II vescovo di questa Chiesa di Troia, nel dodicesimo anno del suo episcopato, fece fare queste porte, con il proprio erario della chiesa, ed eresse quindi anche il fabbricato quasi dalle fondamenta. // E Prospero, vescovo di Troia e Patriarca di Costantinopoli restaurò queste porte quasi in rovina. 1573.

(Nel 1573 fu sostituita l'ultima formella, riportando il testo originale con l'aggiunta delle ultime cinque righe, su riportate in grassetto, e il tutto fu inciso in caratteri diversi e più piccoli).

Porta laterale Est

Sulla porta laterale Est, al centro della lunetta c'è Cristo, ai Suoi lati due angeli sono pronti a sollevarlo, mentre Egli coi piedi schiaccia un leone ed un drago alato. La scena è presa dal Salmo 90,11-13:

"Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi."

A questo brano si riferisce il diavolo sapiente nella seconda delle tre tentazioni a Gesù nel deserto, quando lo porta sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi, tanto gli angeli lo sosterranno (vedi Mt.4,6).

E' quindi una scultura salmica, e rassicura chi entra in Chiesa della protezione di Dio attraverso gli angeli e Gesù.

Questo tema iconografico fu considerato importante e significativo, tanto da essere rappresentato anche a Ravenna due volte (stucco del battistero Neoniano del V secolo, detto anche battistero degli Ortodossi; mosaico nella cappella arcivescovile di san Giorgio), a Bitonto, a Trieste e sulla porta absidale della Cattedrale di Pisa.

 

Porta laterale Ovest (Porta della libertà)

Prima fila di pannelli

Nel 1127 Oderisio, scultore beneventano, lo stesso artefice della porta maggiore, portò a termine anche la porta bronzea del lato Ovest. Questa è una miniera di notizie sulla storia civile e religiosa della città di Troia e dei suoi primi vescovi. È suddivisa in ventiquattro pannelli riquadrati da fasce bronzee tenute da bulloni.

Nel primo pannello in alto si legge:

PRINCEPS PATRONU(M) PETRE TROIA(M) SUSCIPE DONUM QUA(M)

L(A)ETABUNDUS GUILIELM(US) DONO SECUNDUS

[O Pietro, principe (degli apostoli) e patrono, ricevi in dono la città di Troia, che io, Guglielmo secondo, lietissimo, ti offro.]

Nel secondo pannello lo stesso vescovo Guglielmo affida la città di Troia (CIVITAS TROIANA) agli Apostoli Pietro e Paolo (terzo e quarto pannello). Ad evitare equivoci, sulla fascia superiore è inciso:

DOMNUS EPISCOPUS GUILIELMUS SECUNDUS [Il Signor Vescovo Guglielmo secondo]

La Porta della libertà necessita di un accorto restauro, come è stato già fatto per la Porta maggiore. Da notare inoltre che le undici figure erano tutte in agemina, cioè avevano il volto, le mani e i piedi d'argento lavorato a sbalzo ed applicato. Oggi ne restano solo alcune tracce.

Nella seconda e terza fila di pannelli sono raffigurati gli otto vescovi predecessori di Guglielmo secondo, dall'ottavo al primo:

Guglielmo primo, Uberto, Girardo, Gualtiero, Stefano, Giovanni, Angelo, Oriano.

In ogni pannello c'è un vescovo, di fianco il suo nome, e sulla fascia inferiore di ciascuno, la dicitura: "Hic novae Troiae fuit primus episcopus- Hic secundus- Hic tertius …" ["Della nuova città di Troia questo fu il primo vescovo - questo il secondo - questo il terzo…"] e così via fino al nono, Guglielmo secondo.

Nella quarta fila quattro battenti sono sostenuti da protomi leonine; sulla fascia inferiore si legge: "Factor portarum fuit Oderisius harum beneventanus"(Artefice di queste porte fu Oderisio da Benevento)

Nella quinta e sesta fila una lunga iscrizione occupa gli ultimi otto pannelli:

"Aequitatis moderator liberator patriae Domnus Guilielmus secundus Dei gratia venerabilis huius sedis Trojanae Episcopus nonus has etiam Portas Aeneas de proprio aerario largus dispensator fieri jussit anno Incarnationis Domini MCXXVII et civitatis huius condictione centesimo atque octavo Pontificatus vero Honorii Papae secundi tertio item Pontificatus Domni Guilielmi Episcopi secundi XXI Indictione V anno quo Guilielmus tertius Normandorum Dux Salernis obiit morte communi. Tunc Trojanus populus pro libertate tuenda Arcem subvertit et Urbem vallo murisque munivit".

(Moderatore di giustizia, liberatore della patria, il signore Guglielmo secondo, per grazia di Dio nono vescovo della venerabile sede Troiana, anche queste porte di bronzo comandò di fare, magnanimo dispensatore del proprio erario, nell'anno 1127 dell'Incarnazione del Signore e nel centesimo ottavo dalla fondazione di questa città, e nel terzo anno di pontificato di papa Onorio II, ed anche nel ventunesimo di pontificato del signor vescovo Guglielmo secondo, quinta indizione, nell'anno in cui Guglielmo terzo Normanno, Duca di Salerno morì di morte naturale. Allora appunto il popolo troiano per difendere la libertà ha abbattuto il castello ed ha munito la città di mura e fossato).

Questa iscrizione giustifica il motivo per cui quest'opera bronzea, in cui è incisa un'importante pagina di storia civile e religiosa, fu chiamata: "Porta della libertà".

I sei leoni della facciata superiore

A custodia delle cattedrali spesso vi sono i leoni, che di solito si trovano ai lati dell'ingresso (vedi Altamura, Bari, Conversano, Bitetto ecc.); ciò deriva dal fatto che nel medioevo si credeva che i leoni dormissero con gli occhi aperti (vedi "Il Fisiologo" pag. 40).

Nella Cattedrale di Troia vi sono due coppie simmetriche di leoni, posti al disopra del marcapiano della facciata.

I due leoni posti in basso trattengono tra le zampe un agnellino, proteggendolo. Rappresentano Cristo che protegge i fedeli.

I due leoni posti più in alto trattengono tra le zampe rispettivamente una testa di toro senza corna ed un volto umano. (Cristo sostiene l'apostolo e l'umanità).

Un quinto leone, cavalcato da una figura umana, fa da chiave di volta all'archivolto del rosone. Questo gruppo, simbolo di forza divina, si erge fra animali immondi, peccatori e simboli del male, riecheggiando il Salmo 55, 19 e 23:

"Mi salva, mi dà pace da coloro che mi combattono: sono tanti i miei avversari…

Getta sul Signore il tuo affanno ed Egli ti darà sostegno, mai permetterà che il giusto vacilli"

Ancora più in alto, al culmine della facciata, un uomo alato cavalca un sesto leone: chi si distacca dalle passioni e dal peccato, col sostegno di Cristo mette le ali della sapienza per volare verso la luce di Dio.

Sulla sommità della facciata vi sono cinque sfere (perle). La perla, per la sua forma sferica richiama l'idea della perfezione; inoltre, essendo nascosta in una conchiglia, è il simbolo della conoscenza celata, intesa dal Cristianesimo come la dottrina di Cristo che resta inaccessibile ai pagani.

Inoltre, secondo l'Apocalisse di San Giovanni le porte della Gerusalemme Celeste sarebbero fatte di perle e le corone di perle sarebbero il modo tipico per esprimere simbolicamente la molteplicità dei poteri di Dio (vedi Ap.21,10-11 e 21,21):

"L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo…la città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte…e le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta formata da una sola perla".

Guardando bene e complessivamente i sei leoni della facciata, la loro disposizione e diversità l'uno dall'altro, sono giunto alla conclusione che il tutto indichi un percorso iniziatico.

La strana pietra

Nella prima arcata a destra della porta maggiore vi è una curiosa pietra granitica incastonata che, per la sua forma e la sua posizione induce diverse ipotesi circa la sua funzione originaria.

Secondo una prima ipotesi, potrebbe avere un'importanza civile, sociale.

Nel Medioevo le cattedrali rappresentavano un centro di potere religioso e civile allo stesso tempo.

Vi venivano pertanto custoditi, per legge, degli oggetti adoperati come unità di misura campione (il cubito, i pesi delle monete d'oro) per scoraggiare le frodi.

Nel libro "Grandi peccatori. Grandi cattedrali" del compianto Cesare Marchi, a pag. 233 si dice:

"Davanti alla facciata romanica anticamente si amministrava la giustizia. Nel duomo di Napoli vi è il "passus ferreus", antica unità di misura agraria, mentre nel duomo di Santo Stefano, a Vienna, sono confitte nel muro due sbarre che servivano come misura dei mercanti, e vicino alla Porta Gigante si vede tuttora inciso nel muro il segno di una circonferenza: era la misura del pane obbligatoria per i fornai viennesi"

Questa pietra della cattedrale di Troia potrebbe quindi essere l'antico cerchio del pane nella parte concava.

Una seconda ipotesi, meno suggestiva, ma forse più verosimile, potrebbe essere la seguente:

nel Medioevo si era soliti inserire sulla facciata, oppure nella parte laterale, all'esterno, dei bacini ceramici di origine araba. Col tempo, data la delicatezza di questi manufatti, la gran parte sono andati distrutti, come potrebbe essere accaduto anche a Troia, lasciando vuota la parte concava che lo conteneva; ciò spiegherebbe il motivo per cui questa pietra è bugnata solo nella zona concava: per migliorare l'aderenza della ceramica incastonata.

Uno di questi bacini ceramici si può ancora ammirare nel suo sito originario, sulla Cattedrale di Pisa, mentre pochi altri sono stati conservati nei musei, data la loro fragilità.

Anche ammettendo questa seconda ipotesi, resta comunque un mistero circa la raffigurazione che poteva esserci sulla ceramica.

Sculture del lato ovest

Il lato Ovest è meno ricco di decorazioni, ma le poche che vi stanno, sono ricchissime di significati simbolici o storici.

All'angolo in alto a sinistra cinque pietre compongono una croce, la pietra verde al centro è rotonda. Un po' più a destra, sei rombi formano una stella, poi c'è il sole a otto raggi e una mezzaluna coricata. Sulla croce sporge un toro.

Tutte queste figure sono fra loro collegate: la Chiesa, sostenuta dalla potenza del Signore, è la vera luna, la cui falce luminosa, ricevendo sempre nuova luce, si riempie dello splendore del sole (vedi RAHNER :"I simboli della Chiesa", pag.216). Ed ancora, nel "De Patriarchis"3,13 è scritto: "Christus est taurus quo Ecclesia figuratur in Luna tunc plenior, cum velut cornibus nixi taurinis spatium totius orbis includit" (traduzione: Cristo è il toro: allora appunto la Chiesa è rappresentata dalla luna piena, siccome lo spazio racchiuso dalle corna taurine include tutto il mondo). Tutto ciò riprende la simbologia egizia del disco solare, che rappresenta il sole in movimento, ed anche il volo, la sublimazione, la trasfigurazione, la resurrezione.

Sulla prima lesena, tra la prima e la seconda arcata cieca, il capitello è ornato da quattro leoni, che a due a due s'incontrano agli angoli: per ogni coppia di leoni, una sola testa, come chiaramente si vede dalla figura. Potrebbe significare la doppia natura di Gesù: umana e divina?

Sul terzo pilastro delle arcate cieche c'è un'iscrizione:

EGO IOHES IUDEX Fx EMMONIS P COR OMS ORATE PRO ME AD DNM IHM XPM

[Ego Ioh(ann)es Iudex/ f(ilius) Emmonis p(re)/cor om(ne)s: orate pro me ad D(omi)n(u)m/ Ie(su)m Chr(istu)m] che significa, alla lettera:

"Io Giovanni giudice, figlio di Emmone, supplico tutti: pregate per me il Signore Gesù Cristo".

La richiesta di preghiere per il giudice Giovanni, figlio di Emmone, posta all'altezza degli occhi del visitatore, indica certamente uno dei maggiori benefattori cui dobbiamo l'erezione della nostra Cattedrale.

Sculture del marcapiano della facciata

La facciata è divisa in due, orizzontalmente, da un cornicione a mensola, detto anche marcapiano. A reggere la mensola vi è tutta una serie di sculture di animali, alcune delle quali ripetute (aquila, scimmia, leone, cane).

All'angolo sinistro c'è un gruppo scultoreo dalla forte simbologia: trattasi di un angelo che spicca il volo prendendo per i capelli una figura umana, sottraendola ad un grosso serpente in agguato.

All'angolo destro, un altro gruppo analogo a questo rappresenta un uomo avvolto dalle spire del serpente, mentre poco più in là una scimmia seduta si tiene la barba con espressione soddisfatta: il demonio ride quando l'uomo peccatore è vinto dal male

Il rosone

Nella facciata della Cattedrale di Troia, spicca al centro il rosone, splendida realizzazione fra i semplici oculi dell'arte romana e protocristiana ed i magnifici rosoni dell'arte gotica, sostenuti da esili colonne e piombo fuso, ma costituiti principalmente da vetrate multicolori per dare quanta più luce fosse possibile. Nelle chiese romaniche predominano invece mura spesse e scarsità di luce, per favorire la meditazione: è da notare a proposito che la facciata è esposta a nord.

Il rosone della Cattedrale di Troia si differenzia per una particolarità che lo rende unico al mondo: ha undici spicchi divisi da altrettante colonnine. Di solito i rosoni erano divisi in sei o dodici parti, più facili da realizzare. Tra le colonnine vi sono undici transenne triangolari traforate, ciascuna con un disegno geometrico diverso; fra le transenne e la giunzione delle arcate, vi sono altrettante griglie trilobate, anch'esse l'una diversa dall'altra.

Figure ricorrenti di questi trafori, ottenuti scolpendo nastri intrecciati, sono: il quadrato, la losanga, la croce, il rombo, il cerchio, tutte figure geometriche fortemente simboliche:

Il quadrato, la losanga e il rombo: il finito, la perfezione (quattro lati uguali)

La croce: la salvezza, Gesù con le braccia aperte

Il cerchio: la perfezione, l'eternità, il muori e risorgi

All'incrocio delle arcate spiccano undici fori trilobati, tutti eguali tra loro: essi, formati da tre cerchi intersecanti, uguali e distinti allo stesso tempo. Questa figura è la rappresentazione simbolica della Trinità, cioè Dio uno e trino.

Le undici colonnine poggiano su di un cerchio di pietra lavorata a squame, che ricorda una corda chiusa o un serpente che si morde la coda (uroburo), simbolo del muori e risorgi, dell'eternità, della forma perfetta, e quindi dello stesso Gesù Cristo. Dal cerchio centrale partono in tutte le direzioni le undici colonne, che rappresentano quindi gli Apostoli, tutti meno Giuda, il traditore, che viene qui escluso, per ricordare che chi pecca gravemente non è più innestato su Gesù, ma diventa ramo secco, fascina da bruciare.

Numerando le colonne, vediamo che la prima serie di archi va da 1 a 3, a 5, a 7, a 9, a 11. Dall'undicesima colonna parte la seconda serie di archi, che va da 11 a 2, a 4, a 6, a 8, a 10, a Quindi la divisione in undici è realizzata da un incrocio di cinque più sei arcate che si rincorrono. Anche qui il simbolismo è celato, ma significativo: cinque e sei rappresentano microcosmo e macrocosmo, oppure Cielo e Terra. Undici quindi è il numero con cui si costituisce nella sua totalità la via del Cielo e della Terra. Inoltre l'undici è un numero dispari, e quindi tutto il rosone è asimmetrico.

L'archivolto del rosone è un'altra miniera di simboli…

Le figure danzanti della facciata

Sulla parte superiore della facciata vi sono diversi personaggi danzanti, ai lati del rosone.

Sul lato sinistro, una donna col seno scoperto, i capelli al vento, un gonnellino col bordo lavorato, le gambe in movimento, la mano destra sul ventre, nell'atto di saltare o di ballare. Più in là, un uomo, che con le mani regge un piede, in una danza acrobatica Al disotto, una formella in pietra grigia raffigura un gruppo di cinque danzatori: il secondo regge con la mano destra uno strumento musicale, simile ad un tamburello. Sul lato destro della facciata, una figura maschile, tronca, con le braccia in movimento. L'atteggiamento festoso, la collocazione delle figure nella parte alta del timpano della facciata, fanno pensare ad un significato simbolico senz'altro positivo. I passi biblici riferiti alla danza sono innumerevoli. È un inno alla gioia, è la "nona sinfonia" della Cattedrale di Troia.

Esterno dell'abside

Nel descrivere la parte esterna dell'abside della Cattedrale di Troia, dobbiamo sottolineare diversi aspetti storici e simbolici molto importanti, ma poco noti.

L'autore dell'abside, il sacrista ALEXANDER, ha lasciato una traccia importante in un'epigrafe posta verso Est, a circa tre metri di altezza. Il testo è in latino, con diverse abbreviature; inoltre sulla pietra, fra il quarto ed il quinto rigo, c'è un fiore a sedici petali, scolpito precedentemente al testo, poiché le lettere incise se ne discostano, rispettandolo.

Questo fiore, già di per sé simbolo di Resurrezione, ha sedici petali, multiplo di otto, e va ad interrompere la parola nox(a)e, cioè "la colpa". Vale insomma come buon augurio.

E' interessante il fatto che l'abside, essendo esposta a sud, è illuminata dall'alba al tramonto e la luce che riceve, la trasmetteva attraverso la finestra dei leoni, all'interno della cattedrale. Con i restauri degli anni '50 è stata ripristinata l'abside, che era in parte coperta dalla sacrestia, ma è stata chiusa la finestra, forse a causa della sistemazione all'interno del crocifisso settecentesco di Pietro Frasa. In parte si è risolta l'illuminazione col rifacimento del rosone posteriore, al disopra dell'abside, ma si è perduto l'originario significato simbolico della finestra: Dio è la Luce, che ci illumina il cuore, la mente, il cammino, mentre il demonio è oscurità, tenebra, peccato, strada smarrita.

Abside (colonne).

L'abside è ornata da due file di quattro colonne sovrapposte. Il numero otto è ricco di simbologia, e ci riporta alla Resurrezione, al sorgere del sole, alla quadratura del cerchio. Da notare che le due colonne in basso a destra, rabberciate e diverse dalle altre sei, hanno sostituito due colonne in pregiato marmo verde antico che servirono nel 1750 al Re di Napoli per la Reggia di Caserta. Il denaro ricavato (350 ducati al palmo cubo) servì alla riedificazione della Cappella dei Santi Patroni, crollata nel 1731 a causa del terremoto.

Abside (leoni della finestra e del timpano absidale).

La finestra absidale è ornata da due leoni: il leone di sinistra schiaccia la testa di un moro, quello di destra un serpente. E' il simbolo della lotta fra il bene ed il male, anche se qualche autore l'ha interpretata come lotta tra la città di Troia e le vicine Lucera e Foggia, facendo risalire queste sculture ad un periodo successivo alla punizione inflitta dall'esercito saraceno di Federico II alla città (1228). I saraceni erano mori, e la città di Foggia, nonostante fosse stata scelta come sede imperiale, era stata definita da Federico stesso "mala vipera".

L'invito dell'epigrafe a guardare in alto forse si riferisce al leone posto in cima al timpano absidale: ancora una volta il leone ci richiama alla figura di Cristo. La posizione seduta, ma con lo sguardo vigile e attento, sulla parte più alta dell'edificio sacro ne conferma la funzione di custode.

 

Visita all'interno: le navate

Le cattedrali possono essere ad una, tre o cinque navate: comunque sia, la navata più importante, quella che deve contenere l'assemblea, è la centrale; le altre sono di supporto, e vengono utilizzate per le processioni, inoltre sono luoghi di sfogo e di passaggio. La Cattedrale di Troia è a tre navate.

La navata centrale è un'aula con spioventi in legno; dà il senso di trovarsi nell'arca di Noè. (Lo stesso termine "navata" deriva dal greco "naus" = nave).

Da notare che in fondo alla navata sinistra c'è un arco a tutto sesto, mentre in fondo alla navata destra c'è un arco a sesto acuto, tipico dell'arte gotica.

Le colonne

Alzando gli occhi, ammirando le colonne, vediamo lo specchio di noi stessi: una famiglia fondata sui profeti e sugli apostoli. Le colonne di sinistra sono i profeti, quelle di destra sono gli apostoli, indipendentemente dal loro numero.

 

Nella Cattedrale di Troia le colonne della navata centrale sono tredici. La tredicesima colonna, entrando dalla porta maggiore, si trova subito a destra.

Vi sono diverse opinioni per giustificare la presenza della tredicesima colonna: potrebbe essere di rinforzo all'erezione di un campanile che non fu mai realizzato (quello attuale è di molto posteriore, ed è in mattoni).

Un'altra ipotesi è ispirata ai Padri della Chiesa, che vedevano nella navicella di Pietro il simbolo della Chiesa stessa, con Gesù a poppa nel ruolo di suo timoniere e lo Spirito Santo a prua (in molte chiese la colomba è raffigurata sulla crociera absidale, nel punto più alto): la tredicesima colonna, posta in fondo alla navata destra, rappresenterebbe Gesù, nel ruolo di guida della nave-chiesa (vedi RAHNER, pag. 606-608).

A San Giovanni in Laterano, al disopra delle colonne della navata sono rappresentati i profeti da un lato e gli apostoli dall'altra.

Nella Cattedrale di Troia supplisce alla mancanza di figure la ricchezza dei capitelli.

I capitelli sono di puro stile corinzio, con le tipiche foglie d'acanto spinoso, ricco di fiori e frutti (simboli di resurrezione).

Nella Cattedrale di Troia i capitelli sono tutti di stile corinzio, tranne qualcuno composito, cioè di stile misto tra corinzio e ionico.

Nei capitelli corinzi ricorre spesso l'acanto, simbolo della Resurrezione, perché fiorisce ma è pieno di spine. Nel Florario di Cattabiani è riportata la seguente leggenda greca: una fanciulla corinzia era morta e la sua nutrice pose sulla tomba, in una cesta, i suoi oggetti più cari, ricoprendola con una tegola quadrata per proteggerla dai furti. Giunta la primavera, l'architetto Callimaco, passando vide la tegola sollevata da un armonioso cespo di foglie d'acanto cresciuto sul sepolcro, quasi a simboleggiare l'immortalità della fanciulla. La visione ispirò all'artista l'idea del capitello corinzio, decorato dalle grandi foglie oblunghe e profondamente incise di questa pianta. In Oriente è diffuso l'Acanthus spinosus, con la spiga spinosa mentre in Italia troviamo, come pianta spontanea, l' Acanthus mollis, dalle foglie morbide ed arrotondate. La simbologia, unita alla facile reperibilità della pianta, ha fatto sì che l'acanto diventasse l'elemento più rappresentato sui capitelli delle chiese cristiane.

I numerosi mostri rappresentati sui capitelli sono esplicativi delle spine della Resurrezione: la storia di ciascuno di noi ha in sé i problemi, le afflizioni della vita. Bisogna entrare in chiesa come si è, per uscirne trasformati, risuscitati nella Fede.

Sui capitelli di sinistra vi sono diversi mostri a rappresentare il male, il peccato; i capitelli di destra invece sono più leggiadri, fioriti, gioiosi. Il contrasto è evidente e significativo, come ai lati della porta centrale (vedi).

L'ambone

Il termine ambone viene dal greco "ambon" , che indica ogni superficie convessa, panciuta: infatti molti amboni presentano una rotondità, una convessità in corrispondenza del leggio. Spesso hanno due scale: si sale dal lato dell'altare (luce che viene da est) e poi si scende da un altro lato. L'ambone è spesso indicato col termine pergamo (dal greco "pergamon", luogo elevato).

Spesso si confonde l'ambone con il pulpito, ma il pulpito propriamente detto è una struttura solitamente in legno, da cui si predica la parola di Dio. Dall'ambone non si predica, anzi era proibito salire ai predicatori. Serve solo a leggere e cantare la parola di Dio, ad eccezione della notte di Pasqua, quando vi si legge l'Exultet, che è il riepilogo della storia della salvezza.

Durante la dedicazione di una chiesa o nel suo anniversario, si accendono dodici candele lungo le navate, e si fanno dodici croci di crisma, per ricordare che la chiesa è crismata come noi, cioè resa cristiana, per opera dello Spirito Santo. Due candele si accendono sotto l'ambone. Ceri e piante vanno posti sotto l'ambone, perché è il monumento della tomba vuota di Gesù: ci deve commuovere, cioè muovere con sé.

Quando si proclama la parola di Dio nella liturgia, queste parole dicono sempre la stessa cosa: Cristo è risorto, indipendentemente dal brano che si sta leggendo. La Pasqua è la pienezza della rivelazione. Chi sale sull'ambone quindi va a proclamare la parola di Dio in termini pasquali. La mattina di Pasqua, vicino al sepolcro vuoto, l'angelo chiede: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato" (Lc 24,5). La stessa cosa si ripete quando si legge la parola di Dio dall'ambone. Esso è, infatti, il simbolo della tomba vuota. Raramente è di metallo, il più delle volte è in pietra.

Il suo posto è in fondo alla navata, sul lato destro. Nella Cattedrale di Troia l'ambone è ora collocato sul lato sbagliato, in seguito ai restauri degli anni Cinquanta.

In un passo di San Gregorio di Nissa si legge:

"Mi sembrò bene farli cantare in chiesa, per tenerli svegli. Posi le vergini e le vedove a destra, nell'abside i monaci, i maschi a sinistra."

Si scelse il lato destro per le donne in ricordo del fatto che esse furono le prime ad andare al sepolcro il giorno di Pasqua, e lo trovarono vuoto.

L'ambone quindi non è legato all'altare, ma è la cerniera tra l'aula dell'assemblea dei fedeli (navata) e la parte della chiesa dove sta l'assemblea dei chierici (il transetto), quindi è la parola di Dio ad unire le due assemblee.

Le colonne su cui poggia l'ambone possono essere quattro, cinque, sette, nove, dodici, tutti numeri simbolici: quattro come gli evangelisti; cinque come la quinconcia o "quincus" (Gesù nella mandorla con gli Evangelisti ai quattro angoli); sette come i sette pilastri della saggezza ( Proverbi 9,1), collegati ai sette doni dello Spirito Santo (Apocalisse); nove (multiplo di tre, simbolo della perfezione); dodici come gli apostoli (le colonne della Gerusalemme celeste in Ap.21,22).

L'ambone può anche essere a cassa piena, un tutto unito, senza colonne, come nella Basilica di San Nicola di Bari: in questo caso c'è una piccola apertura, una sporgenza che indica la rotondità.

Se si esamina l'ambone della Cattedrale di Troia si nota che il fogliame vince sempre su di ogni altra decorazione, inoltre c'è dell'uva matura (uva => vino =>ultima cena =>Sangue di Cristo => Passione). Gli amboni venivano anche dipinti: ci sono tracce di pittura rossa sullo sfondo dei tralci di vite (colore rosso => Passione). L'acanto ritorna come motivo ornamentale e simbolico (spine => Passione).

Nella parte inferiore, subito al disopra della fascia ornata con tralci di vite, c'è un'epigrafe molto importante, perché contiene la datazione del monumento stesso:

ANNO D(OMI)NICE INCARNATIONIS MCLXVIIII REGNI VERO D(OMI)NI N(OST)RI W(ILLELMI) DE(I) GRA(TIA) SICILIE ET ITALIE REGIS MAGNIFICI OLIM REGIS W(ILLELMI) FILII ANNO IIII M(ENSE) MAI(S) II INDIC(TIONE) FACTU(M) E(ST) HOC OPUS

(Traduzione: "Quest'opera è stata fatta nell'anno 1169 dell'Incarnazione del Signore, nella seconda indizione, nel mese di maggio del quarto anno di regno del nostro signore Guglielmo, per grazia di Dio Re magnifico di Sicilia e d'Italia, figlio di Re Guglielmo").

Nel 1169 era vescovo di Troia Guglielmo III normanno (1155-1175), parente di Guglielmo I il Malo, duca di Puglia e re di Sicilia. Nel 1156 ottenne da papa Adriano IV il privilegio che poneva Troia sotto la protezione della Santa Sede e stabiliva che i Vescovi fossero nominati e consacrati direttamente dal Papa. Questo privilegio è durato fino all'ultimo vescovo di Troia, mons. Antonio Pirotto (1958-1974), dopo di che la diocesi di Troia venne unita a quella di Foggia (1974) e quindi con la diocesi di Lucera (1987).

Aquila dell'ambone di Troia

L'aquila regge il Vangelo: "Evangelium super aquila legitur". L'aquila vola più in alto di tutti, quindi è stata scelta per reggere la parola di Dio e diffonderla il più possibile (Salmo 18,10: "volò sulle ali dei venti"): le ali stesse o una pietra poggiata sulle ali reggono il libro. Inoltre san Giovanni, l'evangelista della luce, che inizia il suo Vangelo con l'incarnazione del Verbo, viene appunto rappresentato con l'aquila, che diventa perciò quasi dappertutto il sostegno del Libro Sacro. L'aquila era inoltre considerata il simbolo della saggezza. Il cero pasquale veniva accostato alla destra dell'ambone: il candelabro era a forma di albero, a ricordare l'albero della salvezza dell'Eden, il cero simboleggia la colonna di fuoco che guidava gli israeliti attraverso il deserto del Sinai durante l'Esodo (vedi Es.13,21-22).

Di solito l'ambone ha un lato liscio e l'altro scolpito. Dal lato liscio vi potevano essere o il candelabro pasquale o la scala di discesa o le due cose insieme.

In molti amboni dalla parte che guarda verso l'altare, si propone la Passione. Nel Duomo di Parma, ad esempio, la "Deposizione" dell'Antèlami proviene da un ambone andato distrutto. La scena rappresenta Niccodemo e Giuseppe di Arimatea che staccano il corpo di Gesù dalla croce: alla sua destra le pie donne insieme a Giovanni, alla sua sinistra i soldati romani che tirano a sorte sulla tunica. Ai lati, in alto, due medaglioni con il sole e la luna. In tutte le figure si percepisce un'espressione seria, che sottolinea il momento altamente drammatico.

Sull'ambone salgono in tre: il lettore, che legge il brano del Vecchio Testamento e l'Epistola; il salmista, che intona il salmo rivolto verso l'altare, perché offre il suo canto a Dio (S. Gregorio Magno); il diacono, che proclama il Vangelo.

Altri amboni simili a questo di Troia si trovano in Abruzzo e nel Molise, precisamente a :

Corfinio (AQ) nella Basilica di S. Pelino, antica cattedrale della diocesi di Valva (ambone del XII sec.)

Pianella (PE) nella chiesa di S. Maria Maggiore o S. Angelo (ambone del maestro Acuto del XII sec.).

S. Clemente a Casàuria (PE) nella chiesa abbaziale del XII sec. (ambone con ricchi fregi decorativi e candelabro pasquale)

Cùgnoli (PE) nella parrocchiale di S. Stefano (ambone del 1166)

Bominaco (AQ) in S. Maria Assunta del 1180 e candelabro pasquale

Prata d'Ansidonia (AQ) in S. Nicola (ambone del 1240 ricco di intagli e rilievi, proveniente da S. Paolo di Peltuino)

Come si può notare, gli amboni di questo periodo sono quasi tutti datati da iscrizioni ed alcuni sono arricchiti con fregi decorativi e completati da antichi candelabri pasquali. Meriterebbero uno studio comparativo con l'ambone presente a Troia, di cui riprendiamo la descrizione.

Nell?tm)ambone della Cattedrale di Troia troviamo un bassorilievo dalla forte simbologia, ispirato al Salmo 21:

"Spalancano contro di me la loro bocca/ come leone che sbrana e ruggisce./ Come acqua sono versato,/ sono slogate tutte le mie ossa./ Il mio cuore è come cera, /si fonde in mezzo alle mie viscere./ E' arido come un coccio il mio palato,/ la mia lingua è incollata alla gola, /su polvere di morte mi hai deposto./.../ Scampami dalla spada, /dalle unghie del cane la mia vita./ Salvami dalla bocca del leone..." E' un salmo fortemente legato al tema della Passione, tanto più che comincia col famoso versetto che Gesù pronunciò sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Il leone, visto qui come forza del male, si ritrova anche in 1Pt.5-8: "Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare".

L'agnello rappresenta quindi il fedele, che è dilaniato, divorato dal peccato, ma un mastino, cioè il Magistero della Chiesa, lo difende sempre.

Il battistero

Nelle chiese paleocristiane il battistero veniva costruito a parte, perché i non battezzati non potevano entrare in chiesa. Successivamente, l'ingresso principale della chiesa era preceduto dal nartece, dove sostavano i non battezzati, e lì veniva collocata la vasca battesimale. Più tardi, sparisce il nartece ed il battistero viene collocato internamente, vicino alla porta, a sinistra entrando. Il lato sinistro infatti è, simbolicamente, quello degli impuri. Spesso il battistero era di forma ottagonale perché ricordava l'ottavo giorno della creazione, giorno della Resurrezione di Cristo e quindi l'inizio di una nuova era nel mondo. Un altro significato dl numero otto è il seguente: la somma di quattro (numero del corpo umano) più tre (le nature dell'anima) più uno (la divinità); riunisce così le condizioni necessarie alla nascita di una nuova vita, purificando l'intero essere.

A Cefalù vi è un ambone di cinque metri su sette colonne ed il battistero è sotto l'ambone, secondo quanto dice san Paolo (Rm 6,3-4): "Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova".

Ma, nella Cattedrale di Troia, dov'era posto anticamente il battistero? Non è chiaro.

Oggi chi visita la Cattedrale, può ammirare, nell'angolo nord-est, a sinistra entrando dalla porta maggiore, un battistero in pietra lavorata, costituto da una conca più antica, risalente all'XI-XII secolo, su di un piedistallo più recente, datato 1746.

La conca battesimale ha una base scolpita con un motivo a onde, che ricorda il fiume Giordano, dove fu battezzato Gesù. La fascia è ricoperta da un fregio ripetuto a forma di X ( la lettera greca chi maiuscola, iniziale di CHRISTOS, cioè Cristo. Sul bordo superiore vi sono residui di perni in piombo, che reggevano una cupola in legno o in metallo, andata perduta, ma che è spesso presente nei manufatti di questo genere.

Il recupero del fonte battesimale, col rifacimento del pilastro e della base, lo dobbiamo all'intraprendenza di Mons. Giampietro Faccolli, (vescovo di Troia dal 1726 al 1752). Infatti sul basamento si legge la seguente iscrizione:

"Io:(hannes) Petr:(us) Faccolli Epis.(copus)// Trojanus 1746"

Traduzione: "Giampietro Faccolli Vescovo di Troia 1746"

Sempre a Mons. Faccolli dobbiamo l'altare maggiore in stile barocco, che ora si trova nel Museo Diocesano, il rifacimento del soffitto ligneo della navata, il pavimento, la ricostruzione della Cappella sinistra, crollata nel 1731, a causa del terremoto. Questa Cappella, prima dedicata a Santa Lucia, fu destinata ai Santi Patroni, le cui statue lignee furono sistemate nelle cinque nicchie appositamente predisposte in quell'occasione. Per finanziare i lavori furono vendute due pregiate colonne in marmo verde dell'abside, nonostante il parere contrario di alcuni canonici.

L'altare

L'incenso ed il cero pasquale uniscono altare, ambone e battistero: l'altare si bacia e s'incensa come se fosse una persona; l'ambone s'incensa solo la notte di Pasqua; il battistero s'incensa solo quando si usa; il cero pasquale vaga in Cattedrale come la Resurrezione del Signore, secondo il momento rituale.

L'altare attuale della Cattedrale è moderno e non è adatto. Risale agli anni Cinquanta, quando furono eliminate molte sovrastrutture barocche che snaturavano lo stile sobrio e spoglio originale. Il vecchio altare barocco è conservato in una sala del Museo Diocesano. Vero è che risulta difficilissimo adattare l'altare giusto ad una chiesa, mentre è più facile costruire una chiesa intorno ad un altare già esistente.

L'altare dovrebbe essere quadrato e non rettangolare: ad esempio a S. Sofia di Costantinopoli c'era un cubo d'oro di un metro di lato, cosparso di pietre preziose.

Deve quindi essere piccolo, ci deve andare un massimo di tre celebranti, gli altri devono stare ai lati.

Il quadrato è rivolto ai quattro venti, alle quattro parti del mondo; da qualunque lato si veda, accoglie tutti, da dovunque provengano.

Perché allora farlo rettangolare?

Gli altari si sono ingranditi poco a poco con la liturgia e fanno venire delle tentazioni: candelieri, fiori, ecc., mentre ci devono essere calice, patena, ostie, messale - e basta.

L'altare è la mensa dell'ultima cena, il Calvario della Passione. Ha una parte sempre in pietra, che ricorda la pietra angolare, che è Cristo.

Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1Pt 2,4-5).

L'altare è davvero la mensa del sacrificio, altrimenti siamo fuori della melagrana.

Nelle chiese absidate l'altare sta prominente, sporto in avanti rispetto all'abside: l'abside spinge l'altare. Ma non deve allontanarsi troppo (deve stare nel grembo di Dio).

L'abside (all'interno)

Notiamo innanzitutto che l'abside non è simmetrica, né perfettamente in asse con la navata centrale. Le stesse arcate delle navate laterali non sono simmetriche fra loro. Tutto questo può avere tre spiegazioni logiche, escludendo a priori un'imperizia dei costruttori, che hanno dato ampia prova di sé: l'asimmetria migliora l'acustica, evitando gli echi; i costruttori di cattedrali vedevano la deviazione dell'asse come segno di rottura fra le navate, luogo delle credenze, e il coro, luogo della conoscenza, in cui gli officianti hanno una visione più diretta del divino. La simmetria è morte, l'asimmetria è vita, affermazione di spirito creativo, contro una eccessiva razionalità e perfezione suggerita dalla simmetria. Questa considerazione vale anche per il rosone che, come abbiamo visto, è diviso in undici settori.

La pianta a croce latina veniva scelta come rappresentazione del corpo umano, ed in particolare del Corpo di Cristo Crocifisso: quindi l'abside rappresenta la testa; il santuario, al centro del quale vi è l'altare, il cuore; il transetto le braccia in croce; il presbiterio e la navata centrale il tronco e le gambe. Ecco perché l'abside è spostata verso sinistra: ci ricorda il capo reclinato di Cristo Crocifisso!

Al centro dell'abside c'è una finestra, ora chiusa in seguito ad un malaccorto restauro: chi la aprì sapeva quello che faceva, chi la chiuse no. Le chiese di solito sono orientate verso Est: il sole che sorge è Cristo, quindi attraverso la finestra dell'abside è Cristo che viene. Alla fine del mondo Lui verrà dall'Oriente. Il rosone posto sull'abside, anche se molto grande, a quindici raggi, non può supplire al significato simbolico della finestra.

Nell?tm)immagine si notano: la crociera absidale, il rosone posteriore a quindici raggi, la conca absidale con la finestra murata, il crocifisso di Pietro Frasa, l'altare moderno, la posizione dell'ambone nella navata.

Sulla crociera della volta absidale spesso sono raffigurati i quattro evangelisti, ed al centro c'è la colomba dello Spirito Santo, oppure l'agnello con la croce, che rappresenta Gesù.

Qui a Troia si notano appunto le tracce dell'agnello scolpito, vicino alla chiave di volta della crociera. Ai quattro angoli, dove poggiano le vele, vi sono i quattro Evangelisti: partendo da sinistra vediamo il Leone di San Marco, il Toro di San Luca, manca l'Aquila di San Giovanni, caduta in tempo immemorabile, ed infine l'Uomo alato di San Matteo (vedi architrave). Le colonnine che reggono gli Evangelisti sono tutte uguali, tranne quella di San Giovanni, a significare la diversità del suo Vangelo rispetto ai tre sinottici. Lo stesso si nota nelle quattro colonne della facciata, ai lati del rosone (tre sono bianche ed una è rossa).

Ai lati dell'abside vi sono due colonne affogate nella parete sormontate ciascuna da un leone: quello di sinistra ha le fauci spalancate, nell'atto di divorare; quello di destra ha la testa girata, a rilevare lo sforzo per sostenere la parete di fondo. Potrebbe significare Cristo che sostiene la Chiesa:

"Siete edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore" (Ef 2,19-21).

L'abside di solito veniva rivestita di mosaici, ma a Troia ciò non fu fatto, anche se è probabile che ve ne fosse l'intenzione. I resti di un mosaico alla siciliana suggeriscono che in passato vi fosse una balaustra, un altare, un pergamo, o un'iconostasi con questa lavorazione.

Nella chiesa di San Giovanni del Toro, a Ravello, c'è un ambone di Bartolomeo da Foggia dello stesso stile che fa pensare ad una stretta relazione con i resti presenti a Troia. Bartolomeo, tra l'altro, è l'autore dell'archivolto che si trovava sul portale del palazzo di Federico II di Svevia, a Foggia. A questo proposito è utile ricordare che Gualtiero di Pagliara, vescovo di Troia, fu allo stesso tempo Gran Cancelliere di Federico II a Palermo. E' quindi molto probabile che questi resti di mosaico alla siciliana risalgano al periodo 1194-1220.

La "Dormitio Virginis"

Nella Cattedrale di Troia, a sinistra dell'altare, sulla parete in fondo alla navata sinistra, si può ammirare un affresco unico nel suo genere. Infatti, in una sola opera, sono rappresentati diversi momenti riguardanti la Madonna.

Partendo dal basso, vediamo la cosiddetta "Dormitio Virginis": la Madonna, distesa sul letto, con le braccia incrociate sul ventre, è circondata da dieci apostoli in piedi, che si fanno cenni tra di loro. Sul lato sinistro chi regge una palma, chi ha un libro aperto (san Pietro); sul lato destro, chi agita il turibolo, chi regge la navicella dell'incenso. Al centro, in ginocchio, san Giovanni (l'undicesimo apostolo) piange e si asciuga le lacrime.

Nella seconda scena Gesù benedicente e la Madonna sono nella mandorla, circondati da dieci angeli. Da notare la Madonna che, quasi di nascosto da Gesù, lascia cadere la cintola dell'abito, che viene raccolta da san Tommaso (il dodicesimo apostolo) mentre se ne sta in disparte, sul monte degli Ulivi.

In alto, la terza scena: Gesù incorona la Madonna. Entrambi sono sul trono, circondati da angeli musicanti (trombe, liuto, mandola, organetto sono i loro strumenti) mentre un altro angelo srotola un cartiglio, sul quale si intravedono solo alcune lettere.

Le fonti iconografiche sono tutte nei vangeli apocrifi, cioè non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, ma sono gli unici documenti a darci notizie che sono poi entrate come "Tradizione". Solo nel 1950 papa Pio XII stabilì il dogma dell'Assunzione di Maria, dopo quasi duemila anni che in tutto il mondo il popolo di Dio l'aveva invocata con questo titolo. I due testi apocrifi sono: Dormizione della Santa Madre di Dio, attribuita a san Giovanni Evangelista ed il Transito della Beata Vergine Maria, attribuito a Giuseppe di Arimatea. Tutti gli elementi rappresentati nell'affresco sono citati nei due testi: il letto della Madonna, il pianto di Giovanni, la lettura di san Pietro, la presenza dei dodici Apostoli, la palma, l'incensiere, san Tommaso sul monte degli Ulivi che raccoglie la cintola, Gesù benedicente, l'Assunzione della Madonna, i cori angelici, gli strumenti musicali, le nuvole, il trono.

Transito, Assunzione, Incoronazione, Madonna della Cintola sono rappresentati in un'unica opera, mentre in seguito verranno raffigurati separatamente.

Ipotesi di datazione e committenza dell'affresco

Autore, committente e data di esecuzione dell'affresco non ci sono pervenuti, ma possiamo fare alcune ipotesi.

Alcuni autori hanno cercato di collegare l'epigrafe del 1514, posta a due metri dall'affresco, con il committente dell'affresco stesso. Ma detta epigrafe attesta soltanto che un certo "Innocenzo da Imola, cavaliere del re, ha donato un mulino al Capitolo, e qui giace dal 14 Maggio 1514". Nessun cenno è riferito all'affresco.

Un'altra traccia da seguire è lo stemma presente nell'affresco, in basso a sinistra. Da un mio studio risulta che detto stemma è quattrocentesco: ciò si evince dalla forma dell'elmo a becco di passero e dal tipo di "scudo a targa da torneo", tipici del Quattrocento.

L'affresco fu considerato "rozzo e non artistico" nel 1595, durante la visita pastorale del vescovo Giacomo Aldobrandini, parente di papa Clemente VIII, e ne fu ordinato il restauro da farsi entro due mesi. In realtà la visita pastorale fu condotta dal suo Vicario Generale, l'arcidiacono Felice Siliceo, che lo aveva sostituito con pieni poteri (MASTRULLI). Ma se davvero avessero rifatto completamente l'affresco, perché lasciare intatto solo uno stemma del secolo precedente? Inoltre, Felice Siliceo fu in seguito vescovo di Troia dal 1623 al 1625, quando ormai il barocco era imperante. Dobbiamo dedurre quindi che l'affresco non fu rimaneggiato nel gusto dell'epoca, ma fu lasciato nell'impianto originale, quasi senza prospettiva. Oppure fu solo nascosto: fino al 1950, prima dei restauri, quella zona della Cattedrale era adibita ad ufficio parrocchiale, e un grosso mobile che conteneva l'archivio ricopriva interamente l'opera. Anche questo spiega la sua ottima conservazione.

GUIDO IAMELE

NOTA BENE: tutto il materiale (testo ed immagini) è stato tratto dal sito di Guido Iamele:

Simbologia nelle pietre e nei bronzi della Cattedrale di Troia

col seguente indirizzo: http://xoomer.virgilio.it/guidoiam/arte/guidoiam

Detto sito è coperto da Copyright su testi ed immagini

Questa pagina, sintesi del sito, è stata cortesemente concessa dall'Autore a scopo divulgativo e culturale, senza scopo di lucro.

 

Epilogo

Sono sicuro che questa cattedrale rappresenti uno dei vertici dell'architettura tardo-romanica in Italia e che ci sia ancora molto da scoprire nella sua simbologia ed iconografia.

Con questo articolo termina il nostro piccolo viaggio nell'architettura Romanica che si è sviluppata, principalmente in ambito religioso, con la costruzione di mirabili Chiese, Abbazie e Cattedrali. Come avrete notato mi sono interessato esclusivamente delle costruzioni effettuate in Italia, perché sono sicuro che qualcuno di noi avrà la possibilità concreta di poterle visitare. Spero che questo mio piccolo lavoro possa dare un modesto contributo alla rivalutazione di quel periodo della storia dell'umanità chiamato MEDIO EVO che a torto è da molti denigrato e considerato un'epoca buia.

 

Sir Madhead.